Nell’ADHD dell’adulto, la distrazione è spesso la difficoltà più visibile. Nella vita quotidiana, però, può pesare altrettanto la fatica di cominciare un lavoro, organizzare una sequenza di azioni o riprendere il filo dopo un’interruzione. Non è soltanto una questione di attenzione: entrano in gioco memoria di lavoro, gestione del tempo, motivazione e controllo della risposta [1,2].
Una scadenza dimenticata o una giornata inconcludente non indicano, da sole, un disturbo. Nell’ADHD le difficoltà hanno una storia che risale all’infanzia, compaiono in più contesti e interferiscono in modo significativo con la vita della persona [3–5].
Come cambia l’ADHD con l’età
L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da disattenzione e/o iperattività-impulsività. Con gli anni, le sue manifestazioni possono cambiare. Nell’adulto l’iperattività può diventare meno evidente dall’esterno e assumere la forma di un’irrequietezza interna, della fatica a stare fermi o di un’impazienza difficile da contenere [3,4].
La disattenzione può farsi sentire durante una conversazione, nella lettura di un documento o quando bisogna seguire una sequenza di istruzioni. A volte il lavoro viene iniziato, poi interrotto per un’altra attività e lasciato a metà. L’impulsività può invece portare a intervenire prima che l’altro abbia finito di parlare o a prendere una decisione senza averne valutato le conseguenze. Il profilo non è uguale per tutti e può cambiare anche nella stessa persona, in base al compito e al contesto [3–5].
Dalle singole aree alle reti cerebrali
Una delle novità più rilevanti riguarda il modo in cui viene studiato il cervello. La ricerca non cerca più soltanto una singola area “responsabile” dell’ADHD, ma osserva come regioni diverse collaborano durante un compito. Attenzione, memoria di lavoro e controllo del comportamento dipendono infatti da reti distribuite, che possono organizzarsi in modo diverso a seconda di ciò che la persona sta facendo.
Nel 2024, uno studio con risonanza magnetica funzionale ha confrontato 42 adulti con ADHD e 36 persone senza il disturbo durante prove di memoria di lavoro. Le differenze sono emerse mentre i partecipanti svolgevano il compito e coinvolgevano connessioni fronto-parietali, temporali, occipitali, cerebellari e sottocorticali. A riposo, invece, lo stesso studio non ha rilevato differenze tra i gruppi; inoltre, cinque settimane di allenamento della memoria di lavoro non hanno modificato la connettività più di un’attività di controllo [6].
Un altro studio longitudinale ha seguito 60 adulti con ADHD trattati con metilfenidato. Alcune misure della struttura corticale prima del trattamento erano associate alla risposta osservata due mesi dopo [7]. È un risultato interessante perché mette al centro l’eterogeneità: persone con la stessa diagnosi possono avere caratteristiche e risposte differenti. Non significa, però, che una risonanza possa oggi diagnosticare l’ADHD o scegliere la terapia per il singolo individuo. Questi dati descrivono associazioni di gruppo e devono essere replicati su campioni più ampi.
Organizzare il lavoro e il tempo
Per preparare una relazione non basta conoscerne l’argomento. Occorre decidere da dove iniziare, stimare il tempo necessario e riprendere il lavoro dopo un’interruzione. Si può quindi sapere bene che cosa fare e arrivare comunque alla vigilia della consegna con molto lavoro ancora da svolgere. La richiesta di «concentrarsi di più» non affronta questa complessità.
I percorsi cognitivo-comportamentali per l’ADHD adulto lavorano anche su questi passaggi concreti: usare un calendario con regolarità, dividere un progetto in attività più piccole, stabilire le priorità e ridurre le distrazioni. Quando indicati, gli interventi psicologici possono affiancare il trattamento farmacologico. La scelta dipende dai sintomi, dalle difficoltà effettive e dalle esigenze della persona [1,2].
La diagnosi resta clinica
Durante una valutazione si ricostruiscono la storia delle difficoltà e il modo in cui si sono manifestate nello studio, nel lavoro e nelle relazioni. Si considerano anche sonno, ansia, umore, uso di sostanze e condizioni mediche, perché una difficoltà di concentrazione può avere spiegazioni diverse o coesistere con l’ADHD [3–5].
Le neuroscienze stanno rendendo più precisa la descrizione dei meccanismi e della variabilità individuale. Per ora, tuttavia, immagini cerebrali e test di connettività non sostituiscono il colloquio, la storia evolutiva e la valutazione delle conseguenze nella vita quotidiana.
Questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica individuale.
Discussione
Commenta l’articolo
L’email non sarà pubblicata. Tutti i commenti sono moderati. Non inserire dati sanitari, referti o dati di terzi. Per dettagli consulta l’informativa privacy.