Due linee uguali sembrano diverse. Un triangolo appare senza che nessuno ne abbia disegnato i lati. Le illusioni rendono visibile un lavoro che, nella vita quotidiana, passa quasi sempre inosservato.

Nell’illusione di Müller-Lyer, due linee della stessa lunghezza, accompagnate da segmenti obliqui orientati diversamente alle estremità, possono sembrarci disuguali. Anche dopo averle misurate, l’impressione può persistere. Sapere come stanno le cose non basta a cambiare ciò che vediamo. È proprio questa resistenza alla spiegazione a rendere l’esperimento interessante: percepire non equivale a leggere una misura già pronta nell’immagine.

Il sistema visivo deve ricostruire oggetti, distanze e superfici a partire da informazioni che, da sole, non specificano in modo univoco la scena. Lo fa utilizzando il contesto e le regolarità dell’esperienza. Nella maggior parte delle situazioni questo lavoro funziona molto bene; le illusioni ne mettono in luce alcuni limiti.

La lunghezza non arriva da sola

Nella figura di Müller-Lyer contano anche i segmenti obliqui alle estremità delle linee. Una delle interpretazioni proposte chiama in causa le aspettative sulla profondità e sulla prospettiva: configurazioni simili possono ricordare angoli e spigoli del mondo tridimensionale. Non è però l’unica spiegazione discussa, né basta a esaurire il fenomeno. Presentarla come una dimostrazione definitiva del cervello bayesiano sarebbe un passo eccessivo.

Il punto più solido è un altro: una proprietà locale viene percepita dentro un’organizzazione più ampia. Il cervello non tratta necessariamente ogni tratto come farebbe un righello. I modelli di inferenza percettiva cercano di spiegare proprio come gli indizi disponibili e le aspettative concorrano alla soluzione. [1]

Il triangolo che completiamo

Nel triangolo di Kanizsa alcune porzioni di disco e alcuni angoli suggeriscono una figura chiara, sovrapposta allo sfondo. Ne percepiamo i contorni anche dove non esiste una linea tracciata. Non significa che il sistema visivo inventi liberamente: la disposizione degli elementi impone vincoli precisi a ciò che può emergere.

Tre dischi neri incompleti e tre angoli disposti in modo da suggerire il contorno di un triangolo bianco sovrapposto.
Il triangolo di Kanizsa: la disposizione degli elementi suggerisce contorni che non sono tracciati. Figura estratta dalla slide 5 del materiale di Giuseppe Doneddu.

Completare una figura parzialmente nascosta è spesso utile. Se un oggetto è coperto da un altro, non abbiamo bisogno di vederne ogni punto per riconoscerlo. L’illusione rende particolarmente evidente questa tendenza all’organizzazione e al completamento. Non tutte le illusioni, però, dipendono dal medesimo meccanismo: raccoglierle sotto un’unica formula rischia di cancellare differenze importanti.

Anche quello che vediamo cambia quello che sentiamo

L’effetto McGurk porta la questione fuori dalla sola visione. Nell’esperimento classico, il suono di una sillaba e il movimento delle labbra che articola una sillaba diversa possono produrre una percezione che non coincide con nessuno dei due segnali isolati. Il risultato varia fra persone e condizioni: non è un effetto identico per tutti. Mostra comunque che la percezione del parlato può integrare informazioni visive e uditive. [2]

Schema dell’effetto McGurk: il suono ba e il movimento delle labbra per ga possono portare alla percezione di da.
Schema dell’integrazione fra suono e movimento delle labbra nell’effetto McGurk. Il risultato non è identico in tutte le persone e condizioni. Dettaglio della slide 6; riferimento scientifico: McGurk e MacDonald, 1976. Fonte bibliografica.

Nelle conversazioni quotidiane, volto, voce e contesto arrivano insieme. Separarli in laboratorio permette di scoprire quanto ciascuna fonte contribuisca all’esperienza finale. Un’apparente stranezza diventa così un modo per studiare una funzione ordinaria.

Un’ipotesi vincolata dai sensi

La prospettiva bayesiana descrive la percezione come una forma di inferenza: tra diverse cause possibili dei segnali, il sistema attribuisce maggiore plausibilità ad alcune interpretazioni. Ciò che abbiamo incontrato in passato può orientare questa valutazione, mentre i dati attuali possono confermarla o modificarla. È un modello esplicativo, non l’affermazione che i neuroni eseguano consapevolmente una formula matematica. [3]

Dire che la percezione è costruita non vuol dire che la realtà non esista o che qualsiasi interpretazione valga quanto un’altra. I sensi continuano a porre vincoli. Un oggetto osservato meglio, toccato o misurato può correggere il nostro giudizio, anche quando l’impressione visiva iniziale persiste.

Le illusioni invitano dunque a una cautela concreta: l’evidenza soggettiva di un’esperienza non coincide sempre con l’accuratezza della sua interpretazione. Il fatto che qualcosa ci appaia immediato non significa che sia arrivato alla coscienza senza elaborazione.

Bibliografia

  1. Geisler WS, Kersten D. Illusions, perception and Bayes. Nature Neuroscience. 2002;5:508-510.
  2. McGurk H, MacDonald J. Hearing lips and seeing voices. Nature. 1976;264:746-748.
  3. Knill DC, Pouget A. The Bayesian brain: the role of uncertainty in neural coding and computation. Trends in Neurosciences. 2004;27(12):712-719.